Dal Deja Vu ai Viaggi nel Tempo

Dal Deja Vu ai Viaggi nel Tempo

Mettiamocelo in testa, nonostante la presunzione ci faccia credere di essere i padroni dell’Universo, ancora non ne conosciamo tutti i reconditi segreti. Più che ad un’errata metodologia di ricerca, ciò è presumibilmente dovuto a una serie di fraintendimenti che condizionano la nostra prospettiva. Il punto di vista diventa fondamentale nell’interpretazione di un fenomeno e, se questo è limitato o viziato, anche il risultato dell’analisi lo sarà. Fortunatamente, il metodo di indagine scientifica sta cambiando assetto e, in certi ambiti, stiamo addirittura azzardando l’esistenza di forme di energia di cui in passato trascuravamo gli effetti.

Esistono quindi fenomeni relativamente semplici e dimostrabili, poiché facilmente riproducibili in laboratorio, e fenomeni più complessi, che, per essere pienamente compresi, richiedono menti dalle ampie vedute. Parlo soprattutto di quelle manifestazioni che abitualmente vengono relegate nel mondo dell’ignoto o, come molti preferiscono credere, delle più probabili “bufale”.

Rientra in questa sfera anche il Deja Vu (dal francese “già visto”) e cioè quella singolare e inattesa sensazione che ci fa avvertire il presente come un fatto già vissuto. Di solito riguarda una brevissima porzione di tempo lineare ma è impossibile non riconoscerlo.

SCIENZA VS VERITA’

Tempo fa lessi un curioso articolo che vantava di aver finalmente identificato la causa del Deja Vu in una “falla” del nostro cervello, o meglio, nella forma dello stesso. Dunque, nulla di astruso: se hai il cervello con quella conformazione, allora sei incline a sperimentare tale anomalia che, a questo punto, altro non è che un “umanissimo” difetto come tanti.

Ma siamo certi che tutto si riduca a questo? Per penetrare l’essenza di un fenomeno, basta davvero tradurlo in una sequenza di interazioni e relazioni? Forse per buona parte di quelli convenzionali si, ma così facendo rischiamo di fermarci al mero meccanismo di causa fisica ed effetto fisico, perdendone spesso di vista le implicazioni più sottili. Inoltre, non è sempre detto che l’ipotesi più facile sia anche la più vera.

Il fatto che una presunta “variazione anatomica” del cervello sia in qualche maniera coinvolta in un episodio occasionale come il Deja Vu, in buona sostanza, non chiarisce un accidente di niente ma denuncia unicamente una correlazione. Conoscere a cosa è correlato un fenomeno non significa svelarne causa e scopo reali. Ma, come ormai sappiamo, per questioni di ordine e stabilità, alla massa vanno date in pasto informazioni digeribili, lasciando nel contempo intendere che tutto ciò che non viene spiegato appartenga a “cose dell’altro mondo”. Un tipo di cautela che esclude a priori la diffusione della verità o che al limite ne consente degli stralci abbondantemente edulcorati.

Alla luce di quanto appena detto, sarebbe più verosimile che qualche autorevole istituzione, fedele al suo stampo e restia alle idee impertinenti, abbia preferito spacciare certe conclusioni come definitive al fine di continuare a propagandare la visione meccanicistica di un organismo imperfetto, che necessita di interventi esterni correttivi per conformarsi ai parametri della cosiddetta “normalità”, un modello sempre più incalzante e suggestivo a cui, per forza di cose, deve adeguarsi anche quello di “benessere“.

Avvalendosi di un metodo standardizzato, la scienza ortodossa, osserva i “fenomeni esotici” con i paraocchi, non tenendo conto del fatto che un evento o una facoltà paranormale, per definizione fuori dall’ordinario, scaturiscono da un disegno che ancora le sfugge e che, una volta noto, potrebbe attribuire a tali “stranezze” un significato e una funzione perfettamente sensati. La Natura non fa errori e un dono speciale, come potrebbe essere la genialità creativa o la chiaroveggenza, non è mai una casualità. Infatti, il più delle volte accade che, il forte impulso di esprimere al meglio queste capacità innate, si palesi in una qualche utilità collettiva e raramente in un esclusivo vantaggio personale.

In fin dei conti, se è vero che nell’Universo tutto evolve e coopera in costante equilibrio, si può comprendere come persino la dote di un singolo individuo possa determinare un cambiamento favorevole per l’intera umanità, e di uomini straordinari la nostra storia ne conosce. Questi uomini erano e sono dentro la “verità” più di chiunque altro, essi l’avvertono in se stessi senza esigerne a tutti i costi una definizione.

AMPLIARE IL PUNTO DI VISTA

Accantonando per un momento il “principio di autorità“, che altrimenti ci imporrebbe di accettare l’opinione altrui senza alcun vaglio, ora proviamo a fingere di essere un critico d’arte in erba.

Se ci chiedessero di valutare la bellezza di un quadro, l’accuratezza del nostro giudizio dipenderebbe dal numero di quadri che abbiamo contemplato e a cui possiamo idealmente confrontarlo. Se all’osservatore manca il termine di paragone utile ad accrescere la propria esperienza, un quadro potrebbe apparirgli come il più bello del mondo quando in realtà è, nel migliore dei casi, solo uno dei tanti bei quadri di cui ancora ignora l’esistenza. Potremo quindi apprezzare meglio un’opera una volta che ci concederemo di osservarne altre e altre ancora per ampliare il nostro senso critico.

Parimenti, possiamo dire che un orologio misura solo se stesso fintantoché non lo si mette in relazione ad un altro orologio di riferimento (uno atomico ad esempio). Questo rapporto ci fornisce una rappresentazione del tempo che ci aiuta ad interpretare la nostra collocazione nello spazio. Ma a ben pensarci, invece di ricalcare un’unica linea, il tempo, potrebbe avere un andamento assai più intricato a dispetto del nostro consueto modo di concepirlo. Ciò sottintende che, se potessimo “vedere” la dimensione temporale come una dimensione fisica, la sua struttura potrebbe assomigliare ad una maglia su cui è possibile fare buchi, rammendi, riprese e altri aggiustamenti, rendendola per certi versi manipolabile.

Insomma, qualsiasi sia lo scenario, prima di optare per un giudizio perentorio, conviene ascoltare più campane limitando il più possibile l’attaccamento alle proprie convinzioni. Solo quando si è scevri dai pregiudizi del proprio sapere è possibile distinguere la realtà che più si approssima a quella oggettiva.

“Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspettavi”. Eraclito

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il “tesseratto” (cubo a 4 dimensioni) del film “Interstellar” tenta di fornire una rappresentazione della dimensione temporale

COMUNICARE TRA PIANI PARALLELI

Tornando all’analisi del Deja Vu, col proposito di escludere le versioni ufficiali, vorrei prendere in considerazione una teoria abbastanza audace che, tra le altre cose, si trova in perfetto accordo con le più moderne rivelazioni del nostro tempo. Pseudoscienza? Non proprio. Questa volta proveremo a fondare l’ipotesi sui più attuali principi della fisica quantistica che, per quanto non risolva tutti i dubbi sull’evento in questione, perlomeno ne da un’interpretazione affascinante e d’avanguardia.

Immergiamoci allora in un “multiverso” costituito da universi paralleli e coesistenti, alcuni piuttosto vicini e somiglianti per natura, altri totalmente distanti e differenti. Secondo la teoria delle stringhe, che sostiene l’idea della multidimensionalità, la materia, la radiazione e, sotto certi aspetti, lo spazio e il tempo, sono in realtà la manifestazione di entità fisiche fondamentali chiamate stringhe o p-brane, a seconda della relativa struttura. In base alla frequenza di vibrazione di una stringa verrebbero prodotte e mantenute in esistenza le varie particelle elementari. Ne deriva che la dimensione a cui si appartiene e che si riconosce come reale è quella determinata dalla frequenza su cui si è sintonizzati.

Paragonandoci ad una radio, capiamo che non possiamo accorgerci dell’esistenza delle altre frequenze poiché siamo in grado di captare solo le trasmissioni che provengono da una stazione per volta. Questa illusione ci da la certezza che non esistano altre realtà oltre a quella conosciuta. Va inoltre precisato che sul piano cognitivo ci si lega alla dimensione di cui si sta facendo esperienza, pertanto, se potessimo liberamente muoverci tra i mondi paralleli, noteremmo che, una volta usciti da una realtà ed entrati in un altra, la memoria dei fatti appena percepiti tenderebbe a dissolversi per effetto della nuova sintonizzazione.

Il Deja Vu potrebbe dunque essere la conseguenza di un vero e proprio “salto dimensionale” e, il fatto che dia luogo alla classica sensazione di familiarità, pare sia dovuto ad una specie di ricalibrazione che il cervello opera per compensare a livello cognitivo le due realtà sperimentate simultaneamente. In parole povere, la nostra consapevolezza slitta per un istante su un piano temporale adiacente e sincronico, da una sbirciatina, e poi, una volta richiamata al piano di appartenenza, incamera il ricordo di quella brevissima “vita parallela” come un immagine nota ma evanescente, che non appartiene alla nostra storia. Proprio come avviene tutti i giorni al nostro risveglio, quando sentiamo svenire il ricordo dei sogni.

Questo rapidissimo cambiamento di “fase”, molto simile ad una “sliding door”, sembra provenire da una blanda “interferenza temporale” rilevata o indotta dalla nostra Pineale, una ghiandola endocrina delle dimensioni poco maggiori di un pisello che, situata nel centro geometrico del capo, funziona esattamente come un piccolo “stargate“. Storie antichissime ne enfatizzano i poteri attribuendole proprietà eccezionali tra le quali spicca quella di fungere da ponte tra il mondo dei vivi e i regni sottili, regni in cui il “tempo non ha luogo”.

“La distinzione tra passato, presente e futuro è soltanto un’illusione, anche se piuttosto insistente.” Albert Einstein

LA SCATOLA MAGICA

Supponiamo di trovarci in una stanza in cui è allestita una tipica postazione di lavoro, una scrivania con un computer acceso e operativo. Tutti sappiamo cosa può fare un computer ma un uomo del passato non ne avrebbe idea.

Adesso immaginiamo che una “macchina del tempo” conduca ai giorni nostri un uomo di cent’anni fa che si avvicina quindi al tavolo e resta stupito da ciò che vede. Pur senza alcun aiuto, avverte il fascino di quel congegno e tenta subito di comprenderne il funzionamento. Comincia a pasticciare con mouse e tastiera e a guardare lo schermo, finché pian piano intuisce il prodigio di quell’interazione. Cliccando a casaccio apre la finestra di Google, non ne afferra appieno il concetto ma non demorde. Continua a provare, a scrivere nomi e a porre quesiti di ogni sorta e ben presto conclude che dentro a quella “scatola” è contenuto tutto l’umano sapere. Sedotto dal suo potere, prosegue l’esplorazione e, con enorme fortuna, scopre che la si può usare persino per comunicare con altre persone in tempo reale. Entusiasmato dall’esperienza, decide di saperne abbastanza e si affretta a tornare nel suo tempo per raccontare quello che ha visto coi propri occhi, della tecnologia futura e di una “scatola magica” che racchiude tutte le informazioni possibili, risponde a qualsiasi domanda e mette in comunicazione gli uomini.

Quel che ha percepito senza alcuna spiegazione è concreto e logico. Però ha un difetto.

Noi sapiamo la verità. Sappiamo che la “scatola” fa delle “magie” perché accede a Internet e che, in assenza di un “collegamento di rete”, un computer, è solo un semplice elaboratore. Magari possiamo scrivere o compilare un foglio elettronico, ma non possiamo domandargli nulla perché non è connesso. Quello che l’uomo del passato non riusciva a concepire era il Web. Aveva ignorato la presenza del “cavo” inserito nel pc e, anche se lo avesse visto, per quel che ne sapeva, non ne avrebbe inteso la funzione. Per lui era la scatola a fare tutto.

UN CERVELLO QUANTICO

Il nostro cervello è un meraviglioso computer biologico e la sinapsi è il sistema grazie al quale, per mezzo di impulsi elettrochimici, le cellule nervose comunicano tra di loro e con le altre cellule. Ciò avviene alla velocità della luce e controlla la nostra intera sopravvivenza.

Ora, possiamo affermare che il “pensiero espanso” e la “creatività” hanno luogo nel cervello perché è stato più volte evidenziato che l’utilizzo prevalente di un determinato emisfero cerebrale predispone alle doti creative piuttosto che alle virtù logiche. Procedendo per sezioni sempre più piccole e riscontrandone l’attività, è stato poi avanzato che ognuna di esse può specializzarsi in qualcosa e si è così giunti ad isolare l’area del pensiero. Da qui l’idea indiscutibile che il cervello sia la sede di tutto, coscienza annessa, e sarebbe alquanto controverso oggi asserire il contrario. Si da per scontato, si legge sui libri, si vede alla televisione e tutti voi sarete d’accordo su questo, giusto?

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una pubblicità della Mecedes Benz simboleggia l’eterna dicotomia tra i due emisferi

Se la risposta è si,  probabilmente non avete visto il cavo!

Come nella stanza della metafora, in cui il computer era la stazione di controllo di Internet, il nostro cervello è la stazione di controllo di molto altro. La maggior parte di ciò che riteniamo creativo o spirituale, incluse le percezioni extrasensoriali, scaturisce dalla “connessione pineale“. Ed è solo grazie a questo privilegio che una parte della coscienza può attingere ad un tipo di saggezza che trascende il tempo e lo spazio.

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comparazione tra sezione trasversale dell’encefalo e occhio di Horus

Pertanto, riguardo a certi talenti, il cervello non ha responsabilità, semplicemente elabora ciò che riceve da un’altra parte. Per lo stesso motivo, l’intuito, che forse è l’evento paranormale a cui siamo maggiormente abituati, non proviene dal cervello, ma il cervello lo agevola e, poi, lo manifesta con l’opportuna percezione. Le sensazioni profonde, interiori, non si basano su alcun calcolo razionale e non necessitano di traduzioni sensoriali, sono tutte espressioni del linguaggio puro ed istantaneo di una “Super Coscienza” indissolubile, che dimora “altrove” ma che si esprime attraverso di noi.

MANTENERE PULITO IL CANALE

Chi fa cose incredibili lo fa perché, più o meno consapevolmente, si connette a questa “sorgente”. Se scolleghiamo il cavo dalla “rete”, il massimo che il cervello potrà fare è darci il pensiero di base per sopravvivere. Potremo fuggire da un pericolo, cucinare del cibo, avere dei figli e imparare a guidare, ma non comporremo o creeremo alcunché, non penseremo spontaneamente al senso della vita e non osserveremo noi stessi. Per dirla in breve, resteremo esseri razionali ma ottusi, incapaci di compassione e pericolosamente inconsapevoli, un genere di “macchina” che dopotutto piace molto al Sistema. Teniamo sempre ben presente che ai più alti livelli di potere, impensabili per la persona comune, questa conoscenza è gelosamente custodita e viene usata alla stregua di un arma.

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il film “Avatar” richiama l’idea di una coscienza connessa ad un corpo

Inutile dire che, come qualsiasi altra ghiandola, la Pineale può andare in “avaria” e la sua “calcificazione” ostruirebbe quel canale che ci è indispensabile per evolvere. C’è il forte sospetto che questo processo degenerativo sia stato promosso, negli ultimi decenni, da una miscela di “inquinanti chimici” (tra cui i fluoruri) introdotti nell’ambiente e nei prodotti industriali. Anche gli “inquinanti emotivi“, come paura, rabbia e terrore, hanno un effetto deleterio sulla nostra connessione. Capiamo allora come sia di vitale importanza mantenere “pulito” il canale, e quindi in salute la Pineale, per ricevere i preziosi “dati” senza i quali non saremmo altro che sterili elaboratori.

UNA COSCIENZA CONFUSA

Abbiamo appurato che possediamo un sofisticato “dispositivo integrato” (cervello/pineale) con il quale ci è possibile ricevere ed elaborare informazioni da altri piani di esistenza e, più spesso di quanto crediamo, eludere le regole del nostro mondo fisico. Il cervello e la mente sono solo due “sottoprodotti” misurabili con cui la coscienza localizza il proprio campo dimensionale. La Pineale mette poi in comunicazione il nostro Sé inferiore con il Sé avanzato, con le altre dimensioni e con il Campo Mentale Collettivo, che è un particolare spazio di reciproca influenza (come un network) che si instaura tra le menti di una stessa comunità.

In genere attiviamo queste facoltà in modo involontario ma possiamo farlo anche per libera scelta. La nostra coscienza può essere focalizzata e sintonizzata e, come tutte le attitudini, anche queste possono migliorare con l’allenamento. Un’alimentazione e uno stile di vita sani uniti a una costante pratica meditativa, possono favorire e via via stabilizzare la connessione, tuttavia, è uno status difficile da raggiungere per l’uomo medio che, nell’attuale situazione, può godere solo di qualche sporadico lampo di “vera lucidità”. Le sovrastrutture dell’ego e della personalità, sono tra le cause endogene primariamente responsabili del nostro offuscamento: un collage di comandi inconsci e modelli caratteriali acquisiti con cui la coscienza osserva, computa, si identifica e modella la realtà. Realizziamo perciò come, la condizione di “individuo libero”, possa essere conquistata solamente attraverso l’osservazione e lo smantellamento di tutte le maschere che indossiamo e che ci hanno fatto indossare per sopprimere la nostra “individualità originale”.

 “Vinci pure mille volte mille uomini in battaglia: solo chi vince se stesso è il guerriero più grande”. Siddhartha Gautama Buddha

Quanto avete appena letto sulle abilità nascoste dell’essere umano, non ha ancora nessun riscontro sperimentale ufficiale ma è stato “visto” e “vissuto” da innumerevoli persone con la modalità che vi ho descritto. Sappiate che la letteratura in merito è vastissima e non è frutto di persistenti allucinazioni collettive. La fisica quantistica, su cui si riversano grandi speranze, è senza dubbio una “lente” molto potente con cui osservare l’invisibile ma rimane un metodo di approccio logico ed estremamente complicato che non potrà mai eguagliare, per immediatezza e fruibilità, un contatto col “sovrannaturale”.